Tecnologia e cultura contro lo spreco alimentare nel mondo

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10 Dicembre 2021

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Nella loro attività i produttori agricoli sono chiamati costantemente a confrontarsi con una serie di rischi, tra cui malattie delle piante, condizioni meteorologiche avverse e attacchi dei parassiti. Queste avversità mettono in serio pericolo il raccolto, ma non sono gli unici fattori che minano la piena valorizzazione delle risorse ottenute. Si stima infatti che dopo la raccolta si verifichi in media, a livello globale, una perdita di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, un terzo di quello prodotto nel mondo.

Angelos Deltsidis, ricercatore in fisiologia post-raccolta presso il College of Agricultural and Environmental Sciences (CAES) dell’Università della Georgia, ha presentato un’indagine che prende in analisi l’impatto dei trattamenti pre e post raccolta sulla qualità dei prodotti freschi. L’obiettivo di questi studi è di sviluppare procedure e nuovi standard di conservazione dei prodotti dal campo alla tavola. Lo studio del ricercatore rileva che il problema a livello globale è lo spreco posto in essere dai paesi sviluppati – 222 milioni di tonnellate all’anno – che corrisponde all’intera produzione alimentare netta dell’Africa subsahariana (circa 230 milioni di tonnellate). Ma quali sono i fattori strutturali che portano a questa situazione? La risposta non è univoca: allo spreco concorrono diversi aspetti, dagli standard di qualità, ai costi del produttore, al deterioramento durante la fase di stoccaggio, fino alle perdite di trasporto e di vendita al dettaglio. A questi fattori, per certi aspetti inevitabili, si aggiungono quelli culturali.

 

Negli Stati Uniti, ad esempio, esiste un diffuso pregiudizio verso i prodotti che non mostrano una forma “perfetta”, cioè che presentano ammaccature o imperfezioni che di fatto non ne alterano assolutamente la qualità. Eppure, il consumatore non li acquista, perciò quei prodotti vengono buttati, e ai fornitori vengono richiesti soltanto prodotti perfettamente rotondi, lineari, con un colore omogeneo. Questa reazione a catena riguarda anche il lavoro dell’agricoltore, che sceglie a monte, assecondando le richieste del mercato, di non raccogliere i frutti che sa verranno scartati. Questi standard irrealistici compromettono il sistema nel suo complesso. L’operato dei distributori che scelgono di recuperare questi prodotti “secondari” rappresenta un grande contributo, ma il cambiamento più radicale dovrebbe verificarsi nelle aspettative nei confronti del cibo. È necessario improntare un discorso culturale che parli ai consumatori e lo aiuti a comprendere che un frutto che proviene da una pianta non sarà mai come un prodotto di fabbrica, ma non per questo è scadente o nocivo per la salute.

 

I progressi nelle tecnologie di confezionamento, manipolazione e tracciabilità degli alimenti sono ormai fondamentali nella lotta allo spreco e mostrano risultati promettenti: dalle pellicole che riducono i tassi di respirazione, alle tecnologie di raffreddamento e controllo qualità, questi strumenti aiutano a evitare molte perdite. Il fattore più importante per mantenere la qualità dei prodotti raccolti è la temperatura. L’utilizzo dell’atmosfera controllata e modificata, processo in cui si toglie l’ossigeno e si aumenta la CO2 dell’ambiente di stoccaggio, permette il rallentamento dei processi metabolici della pianta in modo che i prodotti possano durare più a lungo. Combinando queste azioni con lo stoccaggio a bassa temperatura e l’imballaggio adatto, la percentuale di perdite si riduce notevolmente. Ma queste tecniche possono essere proibitive a livello economico per i piccoli produttori, e in generale per i paesi in via di sviluppo. La sfida per il prossimo futuro sarà di permettere a tutti i livelli tecnologie d’avanguardia che riequilibrino l’assetto agricolo a livello globale, permettendo ai produttori di guadagnare in modo equo e di non perdere i frutti del proprio lavoro.

Photo by ja ma on Unsplash

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