Miglioramento genetico, tra innovazione e sfide climatiche: intervista a Vincenzo Cassibba

DATA:
27 Ottobre 2026

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Dalla ricerca genomica alle prove in campo, il miglioramento genetico è chiamato a rispondere a sfide sempre più complesse: cambiamento climatico, nuove fitopatie e necessità di garantire produzioni di qualità anche in condizioni ambientali difficili. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Cassibba di Southern Seed, inserito da Seed World Europe tra i “20 Most Promising Young Plant Breeders in Europe 2026”. Specializzato nel miglioramento genetico di pomodoro e peperone, Cassibba racconta come le nuove tecnologie stiano trasformando il lavoro del breeder, senza sostituire il ruolo fondamentale dell’esperienza e dell’osservazione in campo.

Seed World Europe l’ha inserita tra i “20 Most Promising Young Plant Breeders in Europe 2026”. Che significato ha per lei questo riconoscimento e quali esperienze ritiene siano state più importanti nel suo percorso professionale fino a oggi?

Ricevere questo riconoscimento è stata sicuramente una grande soddisfazione, soprattutto perché arriva in una fase relativamente giovane del mio percorso professionale. Lo considero però più uno stimolo che un punto di arrivo: come nel miglioramento genetico, anche nella crescita professionale i risultati richiedono tempo e ciò che raccogliamo oggi è spesso il frutto di esperienze e decisioni maturate negli anni precedenti. Una parte fondamentale del mio percorso è stata sicuramente la formazione presso l’Università degli Studi di Perugia. Gli anni trascorsi a UNIPG mi hanno permesso di costruire solide basi scientifiche, anche grazie alla guida del mio mentore, il Professor Albertini, che ha avuto un ruolo importante nella mia formazione e nell’avvicinarmi al mondo del miglioramento genetico. Un bagaglio di conoscenze che si è poi rivelato fondamentale quando ho iniziato ad affrontare concretamente il lavoro del breeder. A questa formazione si è aggiunta l’esperienza alla UCDavis, che mi ha dato la possibilità di confrontarmi con un ambiente internazionale e con un approccio diverso alla ricerca e al miglioramento genetico. È stata un’esperienza che ha certamente contribuito ad ampliare il mio modo di vedere questo lavoro. Credo però che abbia avuto un peso altrettanto importante il contesto nel quale sono cresciuto. Provengo da una realtà familiare che opera nel settore agricolo da circa mezzo secolo e questo mi ha permesso, fin da piccolo, di vivere l’agricoltura molto da vicino. Il contatto con il campo, con gli agricoltori e con le problematiche quotidiane della produzione mi ha fatto acquisire conoscenze ed esperienze che difficilmente si possono apprendere soltanto attraverso lo studio e che, con il tempo, mi sono reso conto mi hanno dato una marcia in più.

Il suo lavoro si concentra in particolare sul miglioramento genetico di pomodoro e peperone. Quali sono oggi le caratteristiche più importanti su cui lavora un breeder per rispondere alle esigenze degli agricoltori e del mercato?

Oggi non credo sia più possibile parlare di una singola caratteristica determinante. Una varietà “moderna” deve trovare un equilibrio tra produttività, qualità, resistenze, adattabilità e altre piccole caratteristiche richieste dal mercato. Dal punto di vista dell’agricoltore, uno degli aspetti fondamentali è sicuramente l’affidabilità. Non è sufficiente che una varietà raggiunga produzioni elevate nelle condizioni ideali: deve riuscire a mantenere una buona performance anche quando le condizioni ambientali diventano meno favorevoli. Stabilità produttiva, allegagione in condizioni di stress, qualità e conservabilità del frutto e resistenza alle principali patologie sono quindi obiettivi sempre più importanti. Allo stesso tempo, il mercato richiede differenziazione. Nel pomodoro, ad esempio, colore, forma, gusto, consistenza e caratteristiche qualitative possono creare nuove opportunità commerciali. Il compito del breeder diventa quindi quello di mettere insieme esigenze che a volte possono sembrare molto diverse: quelle dell’agricoltore, della filiera commerciale e del consumatore. La varietà migliore, in definitiva, non è necessariamente quella che eccelle in un solo carattere, ma quella che riesce a combinare nel modo più efficace un insieme complesso di caratteristiche.

Nel suo lavoro affianca alle tecniche tradizionali di breeding strumenti genomici più avanzati. Quanto stanno cambiando le nuove tecnologie il modo di sviluppare una varietà e quali opportunità possono offrire al miglioramento genetico?

Le nuove tecnologie stanno cambiando profondamente il nostro modo di lavorare, ma credo sia importante considerarle come strumenti che aumentano le capacità del breeder, non come qualcosa che sostituisce il breeding tradizionale.

La MAS, la genotipizzazione e, più in generale, la crescente disponibilità di informazioni genomiche permettono di individuare molto prima determinati caratteri e di seguire con maggiore precisione geni e regioni genomiche di interesse. Questo significa poter effettuare selezioni già nelle prime generazioni, riducendo il numero di individui da portare avanti e concentrando le risorse sul materiale geneticamente più interessante. L’aspetto che trovo particolarmente interessante è la possibilità di integrare sempre più informazioni. Fenotipo, genotipo e dati provenienti dalle prove in diversi ambienti possono contribuire insieme alle decisioni di selezione e sviluppo. Rimane però centrale la capacità del breeder di osservare e interpretare la pianta. Un marcatore può dirci se un determinato allele è presente, ma non può raccontarci da solo come quella linea si comporterà all’interno di un determinato background genetico o in uno specifico ambiente di coltivazione. La tecnologia permette quindi di essere più precisi e più efficienti, mentre il campo continua a rappresentare la verifica finale delle nostre scelte.

Cambiamento climatico, nuove fitopatie e necessità di ridurre gli input stanno ponendo nuove sfide all’agricoltura. Quale contributo può dare il miglioramento genetico e come immagina il lavoro del plant breeder nei prossimi anni?

Credo che il miglioramento genetico avrà un ruolo sempre più importante nell’affrontare queste sfide. Temperature elevate, disponibilità idrica più limitata, nuovi patogeni e necessità di utilizzare in maniera più efficiente fertilizzanti e altri input stanno modificando rapidamente le condizioni nelle quali le nostre varietà devono produrre. Per questo sarà sempre più importante selezionare non soltanto per il potenziale produttivo, ma soprattutto per la capacità di mantenere quel potenziale in condizioni di stress. Nel pomodoro, ad esempio, aspetti come la fertilità del polline e l’allegagione ad alte temperature possono diventare determinanti per garantire continuità produttiva nei cicli più difficili. Lo stesso vale per le resistenze a fattori di stress biotici. L’obiettivo non può essere semplicemente reagire all’arrivo di una nuova malattia, ma sviluppare varietà con combinazioni di resistenze e background genetici sempre più interessanti. Immagino quindi il breeder dei prossimi anni come una figura ancora più interdisciplinare, capace di combinare genetica, genomica, fisiologia, agronomia e analisi dei dati. Ma credo che dovrà soprattutto essere in grado di anticipare le esigenze future. Considerando i tempi necessari per sviluppare una nuova varietà, infatti, non possiamo limitarci a selezionare e sviluppare per i problemi che osserviamo oggi: dobbiamo cercare di capire quali saranno quelli che l’agricoltore dovrà affrontare quando quella varietà arriverà realmente sul mercato.

Dal lavoro in laboratorio alle prove in campo, lo sviluppo di una nuova varietà è un percorso lungo e complesso. Qual è l’aspetto del lavoro di breeder che, secondo lei, viene meno percepito o conosciuto al di fuori del settore?

Probabilmente il tempo e il numero di decisioni che si nascondono dietro una singola varietà. Quando si osserva un nuovo ibrido si vede il risultato finale, ma molto meno tutto ciò che è stato necessario per arrivarci: migliaia di piante osservate, nuovi incroci non allegati, generazioni di selezione e, soprattutto, una quantità enorme di materiale che viene scartato lungo il percorso anche per piccolezze. Il breeder lavora continuamente facendo scelte. Ogni pianta mantenuta significa decidere di investire tempo e risorse in quella direzione e, contemporaneamente, abbandonarne molte altre. Alcuni risultati di queste decisioni diventano visibili soltanto diversi anni dopo. C’è poi un aspetto che considero particolarmente affascinante: una nuova varietà nasce dall’incontro tra programmazione e imprevedibilità. Possiamo scegliere i parentali, conoscere determinati geni, utilizzare marcatori e pianificare gli incroci, ma il background genetico e il modo in cui alcune regioni genomiche contribuiscano al risultato finale continua a generare combinazioni che devono essere osservate e comprese in campo. Per questo, nonostante l’evoluzione tecnologica, credo che una delle competenze fondamentali del breeder rimanga la capacità di osservare. Dietro una varietà di successo non c’è soltanto un programma di breeding ben costruito, ma anche la capacità di riconoscere, tra migliaia di piante, quella combinazione di caratteri che merita di diventare qualcosa di più e poi, oserei dire, pure una buona dose di fortuna.

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