Substrati nel vivaismo orticolo: tra sostenibilità, innovazione e nuove sfide

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30 Giugno 2026

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Intervista con Costantino Cattivello – International Society for Horticultural Science (ISHS)

Il mercato globale dei substrati di coltivazione sta attraversando una fase di profonda trasformazione. I volumi sono destinati a crescere in modo significativo nei prossimi decenni, passando da circa 116 milioni di metri cubi nel 2022 a quasi 295 milioni previsti entro il 2050. Parallelamente, si assiste a un cambiamento nella composizione delle materie prime: la torba, storicamente dominante, è destinata a ridurre il proprio peso a favore di matrici alternative come cocco, fibre di legno, compost e altri materiali rinnovabili.

In Europa si utilizzano ogni anno oltre 37 milioni di metri cubi di substrati, con l’Italia tra i protagonisti sia nella produzione che nell’utilizzo. Tuttavia, la crescente difficoltà di approvvigionamento e politiche restrittive sull’estrazione ed uso della torba – si stima che nei prossimi anni provocheranno una riduzione del suo uso fino al 40–50% – sta accelerando la ricerca di soluzioni alternative e sostenibili.

In questo contesto in evoluzione, il substrato diventa un vero e proprio strumento tecnico capace di influenzare l’efficienza produttiva, la gestione delle risorse e la qualità delle piantine. Ne abbiamo parlato con il Dottor Costantino Cattivello, membro dell’International Society for Horticultural Science (ISHS) e uno dei massimi esperti sul tema.

Qual è oggi la sfida principale per il settore dei substrati?

Siamo chiaramente in una fase storica di grandi cambiamenti anche nel settore dei substrati. Oggi la sfida principale è la necessità di diversificare le materie prime utilizzate per la loro preparazione.

In pratica, questo significa diminuire il ricorso alla torba, più che eliminarla completamente. Una sostituzione totale, infatti, è possibile, ma comporta una revisione importante della tecnica colturale, con un conseguente aumento dei costi per le aziende.

A questo si aggiunge una crescente attenzione agli aspetti ambientali: attraverso la scelta delle materie prime si cerca di contenere l’impronta carbonica dei substrati.

In questo scenario, la ricerca di materiali alternativi alla torba porta allo sviluppo di soluzioni più sostenibili, ma anche a un cambio di prospettiva. Il substrato non è più solo un supporto, ma diventa uno strumento per migliorare la tecnica colturale. Se ben formulato, può contribuire a ottimizzare la nutrizione, migliorare l’uso dell’acqua, limitare le perdite di nutrienti e persino gestire lo sviluppo della pianta, evitando l’impiego di fitoregolatori di sintesi.

Quanto incidono qualità dell’acqua e irrigazione sulle prestazioni del substrato?

Il substrato è una delle componenti fondamentali che influenzano tutti gli altri aspetti della tecnica colturale. Per questo la sua scelta deve tenere conto del contenitore, del sistema di irrigazione, dei sali presenti nell’acqua della specie coltivata e della stagionalità.

In passato si tendeva a valutare un substrato soprattutto in base alla sua capacità di trattenere l’acqua, considerandola un indicatore di qualità. Oggi sappiamo che non è così: non esiste un parametro assoluto.

In realtà, si tratta di un “vestito” che deve essere costruito su misura della tecnica colturale. Anche per una stessa coltura, le esigenze possono cambiare in funzione della dimensione del vaso, del tipo di irrigazione o del periodo dell’anno.

Guardando al futuro, uno degli aspetti più importanti sarà la stabilità meccanica e microbiologica dei substrati nel tempo. La progressiva sostituzione della torba introduce infatti nuove criticità, che non sono insuperabili, ma devono essere conosciute e gestite correttamente.

Quanto conta l’esperienza dell’operatore nella scelta del substrato?

Conta moltissimo. In teoria dovrebbe essere l’agricoltore ad adattarsi al substrato che viene fornito, ma in realtà succede esattamente il contrario. Anche per la stessa specie, produttori diversi richiedono substrati diversi. Questo perché, nel tempo, ciascuno ha perfezionato la soluzione più adatta al proprio sistema produttivo.

Per questo non esiste il substrato migliore in assoluto, ma un’infinità di substrati ideali: è, a tutti gli effetti, un vestito fatto su misura. Esistono parametri analitici che permettono di valutare la qualità delle materie prime e l’affidabilità dei materiali, ma l’ultimo giudizio può darlo solo chi opera in campo, sulla base della propria esperienza.

Nel prossimo futuro vedremo un uso sempre più diffuso della sensoristica, che permetterà di analizzare in modo oggettivo ed in tempo reale i parametri che influenzano il comportamento del substrato. Tuttavia, il ruolo dell’operatore resterà comunque centrale.

Le nuove matrici rinnovabili possono garantire la stessa stabilità della torba?

È possibile raggiungere una stabilità paragonabile a quella della torba, ma si tratta di un percorso più complesso. Il punto è che molte delle matrici alternative sono materiali su cui non abbiamo ancora la stessa quantità di informazioni accumulata in 50-60 anni di esperienza sulla torba. Per questo motivo, oggi è fondamentale disporre di metodi analitici che permettano di valutarne l’affidabilità. Tuttavia, per ottenere risultati comparabili, devono essere rispettate alcune condizioni precise: costanza della materia prima e processi produttivi ben controllati.

Con le nuove matrici, quindi, diventa indispensabile una caratterizzazione analitica molto più approfondita rispetto al passato. In prospettiva, mi aspetto lo sviluppo di un intero sistema di servizi analitici, anche supportati dall’intelligenza artificiale, in grado di affiancare sia i produttori di substrati sia gli utilizzatori finali. L’obiettivo è arrivare a prestazioni sempre più vicine a quelle della torba.

Quali sono le nuove frontiere della ricerca in questo ambito?

Un ambito molto interessante è rappresentato dall’applicazione estesa dei biostimolanti nella preparazione dei substrati. Il loro utilizzo permette di migliorare l’efficienza di utilizzo dei nutrienti, riduce il rischio di perdite per lisciviazione e, più in generale, aumenta la qualità delle piante.

Le prove condotte negli ultimi anni evidenziano benefici sia nella fase vivaistica sia dopo il trapianto. Si ottengono piante più compatte e robuste, con una maggiore shelf life e, una volta messe a dimora, una ripresa più rapida in campo. Questo si traduce in piante più resilienti nei confronti di stress ambientali, premesse fondamentali per raggiungere produzioni di qualità.

Quanto incidono le dinamiche geopolitiche sul settore?

Negli ultimi anni la geopolitica ha inciso profondamente sul settore, cambiando in modo significativo le regole del gioco. Eventi come il Covid e la guerra in Ucraina hanno reso più difficile l’accesso alle materie prime, determinando un aumento dei costi e una riorganizzazione delle filiere.

In questo contesto, alcuni Paesi si sono mossi molto rapidamente. In Cina, ad esempio, in pochi anni sono riusciti a sviluppare tecniche di coltivazione dello sfagno-la specie più pregiata presente nella torba- per coltivazioni ad alto reddito. Parallelamente hanno messo a punto

preparati microbiologici o estratti da matrici torbose in grado di supportare crescita e produttività di molte specie per buona parte del ciclo colturale permettendo aumenti significativi delle produzioni.

 

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